Il silenzio della neve

Nella vita poche cose riescono veramente a emozionare.

Per un ragazzo di ventotto anni che ha girato il mondo, raggiungendo così tanti obiettivi, non è facile riuscire a far aumentare il proprio battito cardiaco.

Sto riflettendo su questo proprio adesso, immobile davanti a una porta, in attesa di varcarla. Ai lati mi scorrono fiumi di persone intente a non perdere tempo; alzati presto questa mattina e lievemente innervositi a causa dei ritardi del volo, accelerano emozionati il proprio passo per abbracciare i propri cari, corrono incontro ai propri partner o si guardano attorno, alla ricerca di un’auto da noleggiare per chiudere quell’affare che consentirà di viaggiare più serenamente al ritorno.

Questa mattina mi sono alzato alle 5.40 per prepararmi ed essere sicuro di non perdere l’occasione, anche se, a essere onesti, più volte mi ero ritrovato durante la notte con gli occhi sbarrati a guardare il soffitto, nervosamente intento a seguire le luci delle macchine che si riflettevano nella mia stanza. Erano quasi due anni che non tornavo in Abruzzo. Un’eternità.

Chiunque si chiederebbe che cosa possa impedire a un giovane di prendere un aereo e visitare la terra d’origine dei propri genitori, ma per me non è così facile rispondere. Potrei giustificarmi con il fatto che sono oramai 18 mesi che vivo in Olanda, ma non ritengo possa essere considerata una scusa accettabile.

Lavorando a tempo pieno, non ho molti giorni a disposizione e approfitto dei pochi ritagli nei weekend per tornare a casa, in quel paese di provincia dove ho dovuto lasciare la famiglia, in attesa di tornare non appena fosse finita quella crisi economica che stava rubando i sogni di un’intera generazione.

Le cose, a dire il vero, in questi mesi sono anche migliorate, se paragonate al giorno in cui diedi un bacio in fronte a mia madre con la promessa di tornare presto, ma non avevo però considerato quanto potesse coinvolgermi lavorare all’estero e come questo potesse regalarmi delle soddisfazioni che in Italia avevo quasi smesso di cercare.

Quella che doveva rappresentare solo una piccola e breve fuga si è trasformata in una serie di occasioni in cui dimostrare il mio talento. Da quel giorno i rientri a casa sono diventati sempre più radi, passando dal trascorrere tutti i giovedì sera sul sito di RyanAir a dover accettare di rinunciare a vivere quella casa in cui ero cresciuto.

Scorrevo questi ricordi nella mia testa, quando i pensieri furono interrotti da una voce proveniente dalla mia sinistra.

– Hai intenzione di rimanere imbambolato lì tutto il giorno?
Mi voltai e riconobbi una ragazza bruna che aveva già catturato la mia attenzione a Rotterdam.

Vestita di verde con leggins e un paio di Converse, un top bianco nascosto da un’ampia sciarpa, mi fece tornare sulla terra, rivolgendosi a me in un olandese stretto che solo con difficoltà ero riuscito a comprendere.

– No, puoi stare tranquilla. So che dovrei farmi avanti, la verità è che dietro quella porta c’è qualcuno di veramente importante per me.

Le risposi, subito dopo aver nascosto quell’espressione di stupore dal mio viso, affascinato dalla particolarità del suo taglio degli occhi, impreziosito da un trucco molto leggero.

–  Non hai idea quanto ti capisca. Sono tre mesi che non vedo mia sorella…

–  Tua sorella? Hai parenti italiani dunque?

–  Certo – mi sorrise prontamente – non riconosci i miei lineamenti? Sono nata a L’Aquila e non vedo l’ora di farvi ritorno. Dovresti affrettarti anche tu, rischi di perdere questa giornata meravigliosa.

Solo in quel momento mi accorsi di quanto splendesse quel sole che stava illuminando Pescara. Partendo prima dell’alba non ci avevo fatto caso e solo adesso potevo ammirarlo soddisfatto oltre le vetrate sporche dell’aeroporto.

Mi rivoltai e, mentre avvertivo il suo profumo allontanarsi da me, mi domandai più volte sul perchè non avessi provato ad attaccare bottone con una ragazza del genere. In realtà ero maggiormente incuriosito all’idea di sapere cosa potesse aver pensato del mio olandese.

Fino a quel momento le poche occasioni in cui avevo provato a parlarlo si erano rivelate molto imbarazzanti, e, a dirla tutta, ancora oggi mi capita spesso di domandarmi il perchè mi sia voluto avventurare nello studio di una lingua che non mi appartiene. In principio me l’aveva consigliato Edgar – il mio coinquilino – in quanto avrebbe rappresentato sicuramente un’ottima occasione per conoscere ragazze, ma, dopo mesi di conversazioni con sessantenni, è vivo come non mai il dubbio se mi abbia preso in giro o se sia semplicemente imputabile alla mia solita grande fortuna.

La lingua però mi piace e, nonostante le difficoltà iniziali, le dedico quelle due ore il martedì pomeriggio, con l’obiettivo di riuscire a comprendere i ragazzi che scherzano sugli autobus e gli anziani che commentano i lavori per la nuova metropolitana.

Stanco di aspettare, mi faccio forza, rimetto la borsa in spalla e procedo verso l’uscita.

Cammino e mi guardo attorno: possibile che sia in ritardo? Non è da lui, mi avrebbe sicuramente avvisato. Prendo dalla tasca il cellulare, ma mi accorgo che non ci sono chiamate perse, mentre, con la coda dell’occhio, scorgo in mezzo alla folla una mano muoversi che cerca di catturare la mia attenzione, con dietro un anziano con un cappellino che procede verso di me.

– Davide, ma dove diavolo eri? Sono tutti usciti diversi minuti fa. Hai per caso viaggiato appeso a un’ala? No, perchè dai capelli si direbbe…

Mi ero dimenticato di quanto adorassi la soddisfazione con cui sghignazzava alle proprie battute. Settant’anni e non sentirli, un fisico invidiabile, pochi capelli e una forza d’animo unica al mondo.

–  Nonno, come stai? – urlai di getto, senza accorgermi del tono di voce.

–  Guarda che ci sento ancora bene. La vista non è mai stato il mio forte, ma l’udito è diverso, ricordati che sono un musicista. E in ogni caso vedo bene quello che c’è da vedere. Tipo laggiù: ti sei accorto che quella brunetta ti sta mangiando con gli occhi? Avessi la tua età, staremmo già gustando io e lei un gelato da qualche parte… Sorrido, scuotendo la testa e gli faccio presente che i tempi sono cambiati.

– Certo, adesso non vi piacciono più i gelati, pensate solo ai nuovi mezzi di comunicazione. Che poi, che diavolo avrete da comunicare? Io le avrei regalato un fiore, tu allora prendile un tablet – sbuffò animatamente, lamentandosi delle nuove generazioni.

Credo che nel mondo poche persone siano più polemiche di lui, ma è adorabile il modo in cui si gratta la testa mentre espone il suo monologo animato, quasi a voler interrogare i presenti.

Osai interromperlo, desideroso di salire in macchina.

– Adesso metti anche fretta? Guarda che sono io che sono stato venticinque minuti in piedi come uno struzzo ad aspettare che ti pettinassi.

Era da quando ero piccolo che scherzava sulle mie pettinature, sempre affascinato dalla mia chioma, un misto tra curiosità e invidia. Ci sdraiavamo vicino sul divano e adorava passare la sua mano ruvida tra i miei capelli. Il cappellino che indossava nascondeva una calvizie ancora più evidente e non dovetti attendere l’arrivo a casa per riascoltare la sua solita massima che ‘le aveva provate tutte, ma l’unica cosa che ferma la caduta dei capelli è il pavimento’.

Il viaggio fino a Teramo andò bene. Nonostante l’età non guidava male e, a parte le solite imprecazioni verso malcapitati che avevano avuto la pessima idea di condividere la strada con lui, il tragitto fu anche piacevole. Mi ero dimenticato di quanto fossero belle quelle montagne e rimasi più volte imbambolato a guardare la meraviglia di quei colori.

– In Olanda non le avete queste montagne, ammettilo. Siete così piatti che vi chiamano paesi bassi. Spero che almeno le ragazze facciano eccezione…

Ci fermammo a un autogrill e finalmente, di fronte a un mediocre caffè, riuscì a rilassarsi un po’, sciogliendosi e parlandomi candidamente.

– Allora, come va la vita? Te la cavi? Stai bene con tutto quel freddo? Non voglio sembrare tua nonna, ma mangi abbastanza? A parte i capelli non sembri molto voluminoso…

Per mio nonno, nonostante avesse viaggiato tanto da giovane, tutti i territori oltre Ancona era come se fossero rappresentati da lastre di ghiaccio popolate da pinguini. Lo tranquillizzai sulla mia salute, ma la curiosità non si riduceva solamente alla mia alimentazione.

– Ma una ragazza ce l’hai? Ti ricordi, vero, che alla tua età tua nonna era già caduta tra le mie braccia, dopo qualche serata di tango?

A quella domanda cambiai colore in volto e non solo perchè accennò qualche passo davanti a tutti. Mi conosceva bene e sapeva che, a parte qualche approccio superficiale, la mia vita sociale e personale si riduceva veramente a poco.

Da qualche settimana in realtà mi ero impegnato a dedicarmi più attenzioni. Mi ero comprato una tastiera, con la speranza – vana – di riuscire a suonare qualche ora a settimana. Era stato proprio mio nonno a impartirmi le prime lezioni, fino a quando, in una fredda giornata di novembre, decise di smettere, convinto che mi impegnassi troppo poco. “La musica è arte” mi ripeteva “e merita rispetto; non dico che devi avere la stessa concentrazione di un cardiologo, ma c’è un limite a tutto. Quando schiacci quei tasti hai la stessa passione con cui quel tizio di colore mi rimette a posto i bidoni della raccolta differenziata”.

La conversazione riprese la mattina successiva all’alba, quando i miei occhi se lo trovarono di fronte già vestito, intento a volermi mostrare il suo orto.

– È inutile che ti lamenti, conosco quello sguardo: è il classico atteggiamento di chi si domanda se non ho niente di meglio da fare che rubare ore di sonno. Sei venuto fin quaggiù a dormire? Guarda che abbiamo tante cose belle da fare, quindi alzati, fatti una doccia per rispetto al mio naso, vestiti e vieni con me. E smettila d’inarcare quel sopracciglio!

A fatica sollevai le mie membra, domandomi come facesse ad avere tutta quella carica. La sera precedente era rimasto sveglio con me fino a tardi, gustandosi il suo sigaro mentre mi raccontava come si sarebbe comportato nel caso un pazzo lo avesse nominato ministro. Raccontava queste cose con passione, abbracciato a mia nonna che ancora rideva dopo tanti anni alle sue battute.

–  Vedi questi fiori, quanto sono belli? – Mi domandò, indicando un punto della serra.

–  Li vedo e se c’è una cosa che mi ricordo delle estati da te sono i tuoi divieti. “Questa casa è casa vostra”, ci dicevi appena superata la soglia d’ingresso, “ma in quel cassetto ci sono i miei sigari, in quella vetrinetta i regali di vostra nonna e in quell’angolo i miei fiori. Potete annusarli, fissarli e ammirarli, ma non potete fare altro. Se osate non rispettare questo semplice accordo temo che non sarete così fortunati da poterlo raccontare ai vostri nipoti”.

–  Ricordo bene – sorrise di gusto – e ancora oggi mi diverto ripensando alla tua faccia la prima volta che te lo dissi. Casualmente dopo qualche giorno rimanesti colpito da una gallina, che a Brescia non avevi mai visto. A pranzo ti feci credere che quello che avevi nel piatto era lo stesso animale che aveva osato mangiare un petalo della mia pianta.

– In quel caso, però – lo interruppi – papà mi aveva detto la verità. Devo a lui se non sono rimasto choccato. Ci pensi cosa significhi credere di avere un nonno pazzo e omicida?

Si sedette vicino a me e mi guardò negli occhi, cambiando atteggiamento. Intravidi una luce particolare e, con uno sguardo rassicurante, continuò il suo racconto:

– Non ti ho mai spiegato perchè fossi così affezionato a questa pianta. I semi mi furono regalati in Grecia, durante la mia luna di miele, da un contadino con cui mi ero intrattenuto un pomeriggio a dialogare. Continuava ad asserire che il Partenone fosse più bello del Pantheon e iniziammo a discutere con così tanta passione e a lungo che, a fine giornata, decise di ospitarmi a casa sua, presentandomi tutta la famiglia. La moglie, come lui, di architettura ci capiva ben poco, ma cucinava molto bene e, dopo il dolce, mi portò in tavola un fiore particolare. Di fronte alla mia curiosità, decise di raccontarmi la sua storia.

Quella pianta – di cui non ho mai ricordato il nome – era stata creata da un botanico che abitava quei boschi. Per anni si era affacciato dalla finestra, ammirando quel meraviglioso paesaggio che si scorgeva davanti alla sua abitazione. La Grecia è fantastica e non è raro alzarsi la mattina svegliati dal canto di qualche uccellino. Sono presenti tanti piccoli animali che popolano il sottobosco e, dato il suo animo così buono, tutte le mattine s’intratteneva dando da mangiare a quelle piccole creature, che, col tempo, divennero meno diffidenti e accettarono sempre più volentieri non solamente il cibo, ma anche le sue attenzioni.

Un anno però accadde un qualcosa di veramente imprevedibile, dato che, ancora in autunno, le temperature si abbassarono improvvisamente e dal cielo iniziarono a cadere fiocchi di neve. Non era raro vedere quei paesaggi imbiancati, ma la cosa strana era che avvenisse così presto. La natura non era pronta e anche gli animali rimasero sorpresi da quelle condizioni tanto avverse.

L’uomo, come ogni anno, ne approfittò preparando un grande pupazzo di neve con cui far divertire il suo bambino, posizionandolo nel punto in cui abitualmente dava da mangiare ai piccoli animali. Fu questa particolarità che diede vita a una cosa veramente eccezionale, dato che, la mattina successiva, nonostante il freddo, una piccola marmotta si avvicinò timidamente e, infreddolita, rimase in attesa della sua razione quotidiana.

Ne fu sorpreso, dato che non avrebbe mai pensato che quella piccola creatura potesse mettersi così in pericolo. Le zampine sprofondavano nella neve, riuscendo a permetterle di muoversi solamente in maniera goffa. Stava per nutrirla, quando la scorse fissare incuriosita quell’enorme accumulo di neve e, superato il timore iniziale, cominciare a giocarci.

La marmotta pareva divertita da quel pupazzo vestito con vecchi stracci e correva attorno a quello sguardo, realizzato solamente con carota e frutti.

Dalla finestra la famiglia osservava divertita quello strano spettacolo, che continuò per tutta la notte. La mattina successiva l’uomo si alzò presto per controllare la situazione, sicuro che la neve avesse convinto la piccola creatura a rifugiarsi in un luogo sicuro, ma si sbagliava. Era lì che giocava divertita e non smise fino a qualche ora successiva, quando, inerme di fronte a quel tempo, dovette arrendersi alle temperature, rifugiandosi e addormentandosi in un lungo letargo che durò per tutto l’inverno.

Quando il sole fu nuovamente alto in cielo e le foglie ricominciarono a diventare verdi, la marmotta tornò a fare visita. Diversamente dalle altre volte, però, non sembrava interessata al cibo, ma continuava a correre velocemente attorno alla casa, come alla disperata ricerca di un qualcosa. La neve si era sciolta, e, con essa, il pupazzo di neve.

Solo quando quella piccola creatura trovò in un angolo una carota rovinata interruppe la sua ricerca e, quasi consapevole di ciò che significasse, fece rientro nella sua tana. I giorni passavano, ma la piccola marmotta non sembrava perdere la speranza, dato che appariva inquieta e fu necessario del tempo prima che tutto tornasse alla normalità.

I mesi volarono via. Dopo il grande caldo estivo si riabbassarono le temperature e ben presto tornò l’inverno, che ricoprì tutti i campi con un morbido manto gelato.

Una fredda mattina successe una cosa ancora più sorprendente della nevicata dell’anno prima, dato che comparve quella stessa marmotta, tremante e bagnata, iniziando a vagare davanti alla loro finestra, con la speranza che almeno con quel tempo potesse nuovamente scorgere il suo vecchio amico con il naso a punta.

Scorrevano le ore, ma quell’animale, sempre più indebolito, non sembrava avere intenzione di entrare in letargo e a nulla valsero i tentativi di soddisfare quell’attesa realizzando dei nuovi pupazzi con l’abbondante neve che si era accumulata.

La moglie, disperata, tentò di ospitare quell’animale all’interno dell’abitazione, ma anche la forza non fu sufficiente, dato che alla prima possibilità scappò, continuando la sua ricerca. L’uomo doveva fare qualcosa, ma, impotente di fronte a una tale situazione, non riusciva ad avere nessuna idea, fino a quando, quasi disperato, scese nella sua cantina, per risalire qualche ora dopo. Tra le mani aveva dei nuovi semi che, una volta sbocciati, avrebbero dato vita ad un fiore talmente forte da raggiungere le temperature così basse. Sperava che almeno questo potesse distrarre la marmotta e, proprio per questo motivo, scelse di scavare e piantare il germoglio proprio nel punto in cui qualche mese prima era sorto il pupazzo.

A lato la marmotta sembrava quasi osservare incuriosita, come a domandarsi quali fossero le intenzioni di quell’uomo che così tante volte l’aveva sfamata.

L’entusiasmo durò però veramente poco, dato che la mattina successiva la coppia fu svegliata dal pianto del figlio, che, disperato, osservava l’animaletto purtroppo immobile, sdraiato su quel manto di neve.

L’uomo scese in giardino, coperto solamente di un cappotto sopra il pigiama, ma non potè far altro che appurare la triste realtà. Sconsolato, decise di scavare una fossa per quel piccolo amico che aveva catturato le attenzioni della sua famiglia, quando ciò che riteneva impossibile si presentò di fronte ai suoi occhi. Sbalordito, si lustrò gli occhi, temendo di essere ancora assonnato, e chiamò a sè la moglie, indicando un punto preciso del cortile. La coppia, con in mezzo il figlio che non aveva resistito alla curiosità, poterono ammirare un meraviglioso fiore, esattamente nel punto in cui, solo poche ore prima, era stato piantato.

“Non può essere vero” ripetè tra sè e sè il botanico, che, commosso, decise di dare a quella pianta il nome con cui il figlio aveva soprannominato la marmotta.

– Nonno, ma tu seriamente credi che una marmotta si possa innamorare di un pupazzo di neve? E che un fiore riesca addirittura a sbocciare in una notte – lo interruppi, in maniera quasi provocatoria.

Cambiò espressione, mi guardò fisso negli occhi e rispose, scandendo lentamente le parole:

– Davide, sei tale e quale a tuo padre: cocciuto e poco poetico. E’ ovvio che ci sia un po’ della favola, ma non è questo il senso. In Grecia c’è un bellissimo modo di dire, ed è proprio l’augurio con cui a tarda notte la coppia ci salutò: “che la vostra vita sia una continua primavera e che non possiate mai fermarvi ad ascoltare il silenzio della neve”. Per ‘silenzio della neve’ s’intende quella sensazione di vuoto che provò la marmotta, accorgendosi che aveva perso un qualcosa che non sarebbe più potuto tornare indietro.

Abbassai la testa e lui proseguì ancora una volta:

– Queste parole mi furono dette tanti e tanti anni fa e oggi io le suggerisco a te, perché, credimi, ci vuole poco, veramente poco: un attimo e poco più. Un giorno potresti svegliarti, fra tanti anni, e accorgerti che tutto quello per cui ha vissuto di colpo non assume più l’importanza che gli avevi dato. Quello che spero per te è che non ti possa mai fermare a riflettere sulla tua vita e ascoltare quel vuoto, quel silenzio. Ricorda e fissati queste parole nella testa: vivi, goditi ogni momento e non pensare che la vita sia solamente realizzarsi e lavorare, perché, ancora più prezioso del denaro, è il tempo per poterselo godere.

Mise la mano sulla mia testa, quasi a tranquillizzare quegli occhi gonfi con cui lo guardavo, mentre con l’altra sembrava quasi accarezzare con tenerezza quel fiore.

– Per questo motivo adoro questa pianta: perché ogni volta che la vedo mi fermo a pensare. Vedo tua nonna e le mie orecchie si riempiono di suoni. Sembra di essere immersi in una metropoli. Tu non ci crederai, perchè qui vedi solo colline attorno, ma ci sono giorni in cui mi sembra di essere in mezzo al Maracanà a un gol del Brasile.

Mi diceva queste parole sorridendo, soddisfatto della propria vita e per un attimo mi sembrò di avvertire anch’io quei suoni.

La vacanza sembrò volare via in un attimo, tra una passeggiata in campagna e qualche visita ai parenti. Ripartivo ingrassato, ma anche rifocillato da quell’aria così sana. L’ultima sera, davanti al fuoco, il nonno era un po’ scuro in volto, dispiaciuto del fatto che da lì a poche ore mi avrebbe dovuto riaccompagnare all’aeroporto.

– Non sono triste perchè riparti, è solo che non ho voglia di dover ripercorrere quella strada infernale – disse a un certo punto, mentendo spudoratamente tra una forchettata e l’altra. – La senti questa pasta? Mangerei fino a scoppiare questo pesto. E’ così che tua nonna mi ha catturato: per la gola, grazie a delle olive taggiasche.

Dall’altra parte del tavolo lei sorrideva scuotendo la testa, consapevole del personaggio che si era sposata oramai tanti anni fa.

– Devi trovare una donna che ti cucini un piatto così. Dai, lo sai che scherzo, ma su una cosa sono serio: voglio che tu riesca a ritagliarti del tempo per te. E poi, rendi felice tuo nonno: la prossima volta ti voglio più sorridente e, perchè no, potresti venire accompagnato…

A queste parole seguì un occhiolino che mi fece gelare il sangue, anche perchè l’idea di presentarlo a una ragazza mi sembrò solo il modo più veloce per tornare single.

La mattina successiva ci alzammo all’alba, dato che mia nonna, per paura che perdessi il volo, ci aveva fatto svegliare assieme al gallo, nonostante l’imbarco chiudesse alle 14. Qualcuno, però, sembrava che non volesse che lasciassi l’Abruzzo.

– Nonno, io capisco tutto, ma è la quarta volta che ci fermiamo all’Autogrill, è tutto ok?

– Capirai un giorno… si chiama prostata. Ce l’hai anche tu, ma la tua fa ancora la brava.

– Sarà… ma posso guidare io dopo? Sono un po’ stufo di andare a 50 chilometri orari.

– Gli olandesi dovrebbero guidare solo le biciclette – la sua secca risposta.

Tra un ritardo e l’altro riuscimmo comunque ad arrivare puntuali all’aeroporto. Il saluto fu da film degli anni ’30, con occhi provati e difficoltà nel congedarsi.

– Nonno, ti prometto che ci vedremo presto, non preoccuparti. Appena posso faccio un salto.

– L’ultima volta che me l’hai detto avevo in testa tutti i capelli. Non è che non voglia fidarmi, però… senti, ho pensato di farti un regalo. Tieni, è tutto per te, ma non aprirlo, voglia che tu lo legga dopo.

Mi strinse tra le mani un libro che riconobbi essere uno di quei manuali sul come parlare in pubblico, sua passione da sempre.

– Grazie nonno, ma cosa dovrei farci con questo libro? Dal punto di vista comunicativo non sono male…

– Avevo solo questo – mi rispose prontamente. Affermazione che non riuscii subito a capire. Superati i controlli del metal detector la mia attenzione fu catturata dalla stessa ragazza che avevo incontrato all’andata. Che fortuna! Non riuscivo a crederci. Possibile che una volta tanto la dea bendata fosse dalla mia parte?

Vidi che il mio piacevole stupore era ricambiato e la osservai avvicinarsi verso di me.

– Ciao, l’altro giorno non ci siamo presentati – esordì, questa volta in italiano, con un accento abruzzese che non riusciva a nascondere – mi chiamo Angelica.

– Piacere, io sono Davide. Ma dalla pronuncia pensavo fossi olandese l’altra volta. Come fai a parlarlo tanto bene?

– Ho fatto l’Erasmus a Rotterdam tanti anni fa e da allora non me ne sono più andata. Tu invece, cosa… – S’interruppe improvvisamente e la vidi guardare sbigottita alle mie spalle.

– Scusa, ma quel signore ce l’ha con te? Sta sbraitando come un matto.

Mi girai e vidi mio nonno arrampicato sopra una panca che muoveva il braccio saltellando.

Ma guarda che matto, alla sua età potrebbe farsi anche male… Tra le mani aveva un foglietto che non riuscivo a leggere. C’era scritto “25” e poi qualcosa… Eravamo distanti e oltre a questo non riusciva proprio a stare fermo.

– Penso ci sia scritto ‘pagina 25’ – mi suggerì Angelica dalla mia destra.

‘Pagina 25’, ma che diavolo significa? Ripensai al libro e di scatto lo presi, sfogliandolo incuriosito per pormi nella facciata giusta. Arrivai a quella indicata e c’era un biglietto.

Scritte a mano solo poche parole: ‘Chiamami antico, ma io tenterei così…’.

Spostai il cartoncino e trovai il suo fiore.

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